La settimana scorsa ho avuto l’opportunità di assistere, al cinema Le Club, alla proiezione in anteprima del film Le Città di pianura (Le dernier pour la route in francese) di Francesco Sossai. Il film sarà presentato in concorso all’edizione 2025 del Festival di Cannes. È uscito nelle sale italiane nel novembre 2025 e sarà distribuito in Francia a partire dall’11 marzo 2026.
La trama è apparentemente semplice. Carlo Bianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due uomini sulla cinquantina che trascorrono il loro tempo libero — vale a dire quasi tutto il loro tempo — a bere “un ultimo bicchiere”. Una notte, mentre attendono un vecchio amico, Genio (Andrea Pennacchi), commettono un errore: lo aspettano all’aeroporto Marco Polo di Venezia, mentre lui atterra a Treviso. Da questo malinteso nasce una lunga notte di vagabondaggio durante la quale i due incontrano Giulio (Filippo Scotti), un giovane studente di architettura. Dopo qualche esitazione, riescono a convincere il ragazzo a unirsi a loro in un percorso notturno di ebbrezza a bordo di una vecchia Jaguar, passando da un bar all’altro e da una festa all’altra. Il film si svolge principalmente tra Venezia, Mestre, Treviso e la periferia di Padova.
Il regista ha spiegato che l’idea del film è nata circa dieci anni fa, in seguito a un incontro casuale con uno studente di architettura a Venezia, in pieno inverno. Le Città di pianura lascia ampio spazio ai dialoghi tra i due cinquantenni e il loro giovane compagno di strada, discussioni che ruotano principalmente attorno alla disillusione esistenziale. Carlo e Doriano incarnano infatti una forma di fallimento silenzioso: non hanno avuto successo né sul piano professionale — vivono ancora con i genitori — né su quello sentimentale, e il loro vecchio amico, appena arrivato a Treviso, mostra una totale indifferenza nei loro confronti. Anche Giulio, sebbene giovane, istruito e gentile, appare altrettanto incapace di trovare il proprio posto: fatica a socializzare e non riesce a conquistare la ragazza che gli piace, forse perché, come suggerisce il film con ironia amara, non è abbastanza “alla moda”. Attraverso questi personaggi, il film affronta temi filosofici legati all’alcol, alla giovinezza, alle relazioni amorose e alla malinconia della vita contemporanea.

Uno degli aspetti più riusciti del film è senza dubbio la rappresentazione del Veneto. Sossai riesce a immergere lo spettatore nell’atmosfera della regione con grande autenticità. In un panorama cinematografico italiano spesso dominato da Roma, dal Mezzogiorno o dalla Venezia più turistica, è raro vedere il Nord-Est raccontato con tanta attenzione. Il film restituisce una realtà fatta di nebbia, di bar semplici frequentati da clienti abituali che bevono spritz, Peroni e Negroni, di canali grigi nella zona di Dorsoduro e di periferie anonime ma cariche di una poesia discreta.
Dal mio punto di vista, il principale limite del film — una scelta dichiaratamente voluta dal regista
— risiede nella mancanza di una trama chiaramente definita. Per tutta la durata della proiezione non è mai del tutto chiaro dove la storia stia conducendo lo spettatore, e questo può risultare talvolta disorientante. Il film avrebbe forse guadagnato da un obiettivo narrativo più preciso e da un minimo di tensione in più.
Tuttavia, questa erranza senza meta assume anche un significato più profondo se messa in relazione con il contesto sociale del Nord-Est italiano. In una regione spesso associata al lavoro duro, alla produttività e al sacrificio quotidiano, Le Città di pianura mostra l’altra faccia di questo modello: quella di chi resta ai margini, di chi non riesce o non vuole conformarsi a un ideale di successo costruito attorno alla fatica e alla performance. Il vagabondare notturno dei protagonisti, il loro rifugiarsi nell’alcol e nella parola, appare così come una forma di resistenza stanca ma umana a un mondo in cui il lavoro, pur onnipresente, non garantisce più né dignità né realizzazione personale. È proprio in questo contrasto, tra l’etica del lavoro del Nord-Est e la deriva silenziosa dei suoi personaggi, che il film trova una delle sue riflessioni più interessanti.
Article rédigé par P. Canto, étudiant à Sciences Po Grenoble