1. Resoconto della serata
Giovedì 13 novembre, ci siamo ritrovati al cinema “Le Club” di Grenoble per assistere alla proiezione del film Fiore Mio, diretto da Paolo Cognetti.
Dopo aver ritirato i nostri badge, ci siamo accomodati in sala. La sala era quasi piena e il pubblico comprendeva persone di ogni età: pensionati, adulti e studenti. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con alcuni spettatori seduti vicino a noi, in particolare con una coppia. Abbiamo chiesto loro perché avessero scelto di vedere proprio questo film e come ne fossero venuti a conoscenza. Ci hanno spiegato di aver consultato attentamente il programma del festival, esaminando ogni titolo e leggendo tutte le sinossi, e che Fiore Mio era quello che gli interessava di più.
Successivamente, è iniziata una bellissima presentazione da parte di una delle responsabili del festival. Ha parlato dell’autore, della sua produzione artistica e ci ha fornito alcune informazioni essenziali per comprendere meglio il film. Ci ha spiegato che Fiore Mio è stato girato in alta montagna, in particolare nel massiccio del Monte Rosa, e che racconta un episodio di siccità che Paolo Cognetti desiderava documentare. Ha sottolineato come il film rappresenti un’opera preziosa per sensibilizzare il pubblico, in particolare gli abitanti di Grenoble, che vivono a contatto con l’ambiente alpino, riguardo agli effetti del cambiamento climatico e al suo impatto sulla vita quotidiana. Ha concluso dicendo che non sono previste ulteriori date di uscita nelle sale, una scelta dell’autore nonostante il film abbia ricevuto un premio della giuria a Cannes nel 2021. Questo ha accresciuto ancora di più la nostra curiosità. A quel punto le luci si sono spente e la proiezione è iniziata.
Alla fine della proiezione, abbiamo dedicato alcuni minuti per parlare del film, condividendo impressioni, riflessioni e idee sulle splendide immagini che avevamo appena visto.
2. Trama del film
Fiore Mio è un film caratterizzato da un’atmosfera contemplativa e silenziosa. I primi dieci minuti sono composti esclusivamente da immagini della natura, accompagnate soltanto da una musica discreta. Gli elementi naturali vengono ripresi in primissimo piano, creando l’impressione di trovarsi lì, immersi nel paesaggio, come se osservassimo tutto con i nostri stessi occhi: un effetto estremamente interessante. Vediamo anche lo scrittore Paolo Cognetti, protagonista del film, passeggiare insieme al suo cane Laki.
La narrazione prende avvio quando, durante un pasto conviviale, Paolo Cognetti e un primo alpinista iniziano a dialogare. La conversazione ruota attorno a una questione precisa : l’origine dell’acqua che consumano. I due si interrogano infatti su due punti fondamentali: da dove provenga l’acqua e perché Paolo Cognetti si ritrovi improvvisamente senza approvvigionamento idrico nella sua casa. Mosso dal desiderio di capire le cause della situazione, lo scrittore intraprende un viaggio, sempre accompagnato da Laki, per scoprire il motivo dell’interruzione del flusso d’acqua.
Durante questo percorso, si ferma in quattro rifugi diversi, dove ha modo di incontrare personaggi singolari. Per prima, la proprietaria del rifugio Orestes Hütte, appassionata di yoga, con la quale Cognetti discute non solo di questa pratica ma anche di temi legati al cambiamento climatico e alla salvaguardia dell’ambiente. Successivamente incontra il proprietario di uno chalet, Oreste, e sua moglie. In seguito, fa conoscenza con un ex sherpa nepalese, ora gestore del rifugio Capanna Quintino Sella, con cui parla delle molte ascensioni dell’Everest da lui compiute. Infine, arriva al quarto rifugio, Mellazana, dove incontra una lavoratrice stagionale che vive lì per diversi mesi all’anno.
In sintesi, il film offre uno sguardo intimo sulla vita degli alpinisti e dei gestori dei rifugi di montagna. Ognuno di questi incontri permette a Paolo Cognetti di raccogliere riflessioni preziose sul cambiamento climatico e sugli effetti che questo produce sulle montagne e luoghi che queste persone frequentano quotidianamente. Ogni testimonianza si conclude con un’inquadratura simbolica dello scrittore che versa acqua in un bicchiere, lasciandolo riempire lentamente: un gesto semplice ma estremamente evocativo, che richiama il tema centrale del film. È un modo originale per ricordarci sia l’importanza vitale dell’acqua sia l’urgenza della sua crescente scarsità, e le conseguenti difficoltà che questa potrebbe comportare per gli alpinisti e per le condizioni di vita nei rifugi alpini.

3. Commento
In generale, possiamo dire che la regia è bellissima, i paesaggi sono incredibili e la musica perfettamente in sintonia con le immagini. Anche se tutti e tre siamo rimasti sorpresi. Infatti, non ci aspettavamo un film come questo ma piuttosto un film con una storia tradizionale. Il docufilm, invece, è un documentario sulla montagna, sui custodi dei rifugi alpini. Ciò che ci è piaciuto di più, sono le immagini della montagna in accordo con la musica. Questo ci ha dato l’impressione di essere all’interno del film, insieme ai personaggi. Nessuno di noi è mai andato in questa regione d’Italia (Aosta), e abbiamo avuto l’impressione di conoscerla grazie alle immagini. Ora abbiamo il desiderio di scoprire questa regione e le cime viste nel film.
Abbiamo anche trovato che i passaggi dove i personaggi spiegano i dialetti al personaggio principale fossero molto interessanti. Anche la diversità tra i custodi (uno sherpa, una giovane stagionale, una donna di circa 50 anni ecc…) è interessante: possiamo osservae diversi punti di vista sulla montagna, leggermente differenti a seconda delle loro vite.
Se dovessimo fare una critica, diremmo che abbiamo trovato alcuni passaggi un po’ lunghi, perché non abbiamo capito bene il nesso tra le varie parti. Siamo rimasti un po’ insoddisfatti, per esempio, riguardo alla storia dell’acqua che non arriva più allo chalet del protagonista. Non ne capiamo il motivo, anche se cercare di capire perché l’acqua non scorre più serve come pretesto per una parte del film.
4. Piste di riflessione e approfondimenti
Una delle prime riflessioni che emerge da questo film riguarda il rapporto con la natura. La prima custode afferma che, nonostante i cambiamenti climatici siano visibili, non è la natura a essere in pericolo: saranno gli esseri umani a scomparire, mentre la montagna continuerà a vivere autonomamente. Secondo lei, quando l’uomo non sarà più compatibile con il ritmo della montagna, la natura semplicemente lo eliminerà. La giovane custode, invece, sembra più toccata da questi cambiamenti e confida per esempio di voler tornare a un lago prima che il paesaggio cambi definitivamente.
Un altro aspetto affrontato dal regista è la dimensione spirituale. Con la prima custode, esplora la spiritualità legata alla montagna pur dichiarandosi non credente. La custode spiega che, vivendo in montagna, è necessario credere in qualcosa per “radicarsi in una spiritualità scelta”, altrimenti si rischia di sentirsi oppressi. A suo parere, chi vive in un rifugio non dovrebbe nutrire un costante desiderio di avventura: essere circondati da luoghi che invitano all’esplorazione, senza però poterlo fare a causa del lavoro, finirebbe per logorare la persona. La spiritualità permette invece di trovare un equilibrio; anche lo yoga diventa una possibile via per chi non crede in Dio. La spiritualità emerge inoltre nel racconto dell’ex sherpa, che ricorda come sulle pendici dell’Everest le preghiere fossero scritte sui nastri colorati. Nel film lo vediamo pregare la sera, insieme agli altri, attorno al palo che sorregge questi nastri.
Un altro tema centrale del film è quello dell’acqua, anche se alla fine non viene offerta una spiegazione definitiva. Il protagonista cerca di capire da dove provenga l’acqua che di solito arriva al suo chalet. Il regista insiste su questo tema mostrando a lungo lo scioglimento dei ghiacciai, le sorgenti e i laghi di montagna, seguendo il protagonista nella sua ricerca incessante dell’origine dell’acqua.
Questo docufilm affronta dunque numerosi temi attuali e suscita molte domande. Si esce dalla sala con immagini magnifiche nella mente, ma soprattutto con interrogativi su come avvicinarsi alla montagna e su come sfruttarla in modo responsabile. Il film ci permette di scoprire uno stile di vita particolare, quello dei custodi dei rifugi alpini, che ognuno dei protagonisti vive in modo diverso. Invita anche a riflettere sul nostro stile di vita urbano e sulla tendenza a considerare la montagna soltanto come un luogo di svago, dimenticando che è prima di tutto un ambiente vivo, selvaggio e talvolta indomabile, abitato da animali che il film ci mostra con grande sensibilità.
Article rédigé par S. Duez – B. Evain – E. Gavietto, étudiants à Sciences Po Grenoble